Afganistan : chiamiamo le cose con il loro nome

di Andrea Tani

Quando si affronta il tema invero confuso del nostro approccio nazionale agli scenari in esame si parla spesso di un mix di pace e di guerra – senza precisare bene né l’una né l’altra. Prendiamo l’Afghanistan, di gran lunga il più delicato e difficile dei tre (Kosovo e Libano, non pongono eccessivi problemi, “finalmente” il primo e “almeno per ora” il secondo). L’Italia è impegnata, nel quadro di una vasta coalizione internazionale autorizzata dall’ONU, in una missione fondamentalmente militare che cerca di stabilizzare e fornire una accettabile cornice di sicurezza ad un paese sconvolto da quaranta anni di conflitti più o meno definiti,  paese che lasciato a se stesso non uscirebbe dalla sua tragica spirale autodistruttiva e farebbe molti danni anche altrove. La missione corrisponde ad una obbiettiva necessità – fare la nostra parte per rendere il mondo più sicuro e stabile – e ad una scelta obbiettivamente bipartizan di tutti i governi della Repubblica da un  trentennio a questa parte. Tale scelta consiste nel fare politica estera utilizzando soprattutto  le nostre competenze militari, piuttosto pregiate, a dispetto di una disinformata vulgata corrente.
In Afghanistan gli avversari sono costituiti da una serie di milizie armate appartenenti alcune ad un  contesto diciamo così “strategico” e militare, altre a quello semplicemente criminale, anche se i due spesso si sovrappongono e dal punto di vista dei comportamenti sul campo  non c’è grande differenza.  Data la precaria situazione nel Paese, la missione viene oggi portata avanti soprattutto con mezzi e modalità esplicitamente militari, i quali hanno il diritto di essere definiti e trattati come tali. E questo da noi non è mai successo. Fino a non molto tempo fa il nostro establishment politico, culturale e mediatico faceva le contorsioni per far sparire la parola “guerra” dal suo vocabolario, coniugando al suo posto  la magica parola – “peace” – con i più svariati gerundi anglofoni, “enforcing, keeping, mantaining”.  Si è verificato sia nella campagna terrestre afghana in atto che precedentemente in  quella aerea sulla Serbia del 1999, senza dimenticare Desert Storm nel 1992, che più guerra guerreggiata classica non poteva essere. Questa tentata coniugazione non aveva solo un significato semantico o di pruderie istituzionale. Poteva indicare, ad esempio, come fosse logico e consequenziale che la cornice giuridica nella quale inquadrare gli accadimenti fosse quella del codice civile ordinario, anziché di quello militare di guerra. Con il risultato – esilarante se non si fosse riferito a fatti tragici – che ogni volta che c’era una perdita, un Caduto,  nel contingente italiano schierato in teatro, continua qui

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